Conosci il filo di Bartolo? Il Filo di Bartolo nasce da un'idea semplice: nessuno dovrebbe sentirsi solo all'interno della propria comunità.
Una rete fatta di persone, famiglie, negozi di quartiere, professionisti e piccoli gesti quotidiani che, intrecciandosi tra loro, possono fare la differenza nella vita di chi vive una situazione di fragilità.
Ma ogni rete ha una storia. E ogni storia ha un primo filo.
Per me quel filo ha iniziato a prendere forma molti anni fa.
Avevo appena lasciato la casa dei miei genitori.
Ero felice.
Quel piccolo appartamento in affitto non era solo una casa: era la prova che potevo farcela da sola, costruire il mio futuro e prendere in mano la mia vita.
Pensavo che tutto stesse finalmente iniziando.
Poi è arrivata la diagnosi.
Il 17 Marzo del 2015, a soli 57 anni, papà riceve la diagnosi di Alzheimer. Da quel momento ogni ritorno a casa cambia significato.
Non torno più per raccontare la mia nuova vita, torno perché c'è bisogno di me. La libertà che avevo appena conquistato sembra fermarsi sulla porta di quella casa.
"Non è un tuo utente, è tuo padre"
Come operatrice socio-sanitaria conoscevo la malattia. Come figlia, invece, dovevo imparare a viverla.
Ricordo ancora una frase che mia madre mi ripeteva spesso. "Guarda che non è un tuo utente. È tuo padre."
Aveva ragione. Io cercavo di parlare alla malattia, lei mi ricordava che, prima di tutto, stavo parlando a mio padre.
La demenza non colpisce soltanto chi riceve la diagnosi.
La demenza entra nella vita di tutta la famiglia. Mi sentivo in colpa quando ero felice, quando un progetto andava ben, quando uscivo, quando immaginavo il futuro. Come se la mia felicità dovesse fare spazio al dolore della mia famiglia. Di questo si parla poco, eppure tanti figli e tanti caregivers lo vivono ogni giorno.
All'inizio pensavo che la demenza chiedesse di essere combattuta.
Con il tempo ho capito che chiedeva qualcosa di molto più difficile.
Chiedeva di essere accolta.
Mi ha insegnato a fermarmi, ad ascoltare, ad accettare ciò che non potevo cambiare. Mi ha insegnato a chiedere aiuto e a delegare per proteggere la mia felicità, senza senza sentirmi in colpa. Perché continuare a vivere non significa amare di meno.
Da sola non ce l'avrei fatta.
Piano piano ho iniziato a guardarmi intorno. Nel mio quartiere c'erano persone disposte a tendere una mano. Ho capito che la cura non nasce dall'eroismo di una sola persona, nasce dalle relazioni. Nasce da una comunità che sceglie di esserci.
A Casa di Bartolo non è nata il giorno in cui abbiamo fondato un'associazione.
È nata molto prima. È nata quando ho capito che nessuno dovrebbe affrontare da solo il percorso della cura.
È nata dal desiderio di costruire quella rete che io stessa avrei voluto trovare quando tutto è iniziato. Un luogo dove chiedere aiuto non sia motivo di vergogna, dove prendersi cura non significhi rinunciare alla propria vita.
Dove ogni famiglia possa sentirsi accolta, ascoltata e accompagnata. Perché la cura non è il gesto di una sola persona, la cura è una comunità che decide di camminare insieme.








Cosi è nata l'associazione
A casa di Bartolo
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